Cybersecurity, ecco come si investe in Italia

di Gianni Puglisi Commenta

Secondo il recente sondaggio condotto da Twt – Eumetra, l’87% delle imprese italiane utilizza servizi di cybersecurity, anche se ben il 61% di queste realtà ha iniziato a usarli solo nel corso dell’ultimo anno. Merito dei recenti investimenti in sistemi di sicurezza informatica che, rivela ancora il dossier, sono cresciuti del 134% in dodici mesi.

Che gli impieghi in cybersecurity abbiano subito una vera e propria impennata nel 2021 non stupisce: l’anno precedente si era infatti chiuso con un’impennata di attacchi (+ 246% secondo i dati della polizia Postale), favoriti altresì dalla diffusione dello smart working in modo improvviso, impreparato e poco sicuro. Di qui, l’attenzione crescente delle imprese nei confronti dei sistemi di protezione del computer durante la navigazione, con il 91% del campione che utilizza antivirus, antimalware, firewall, mentre l’88% delle realtà utilizza sistemi per la protezione degli accessi a computer e documenti aziendali, come password e autenticazione a due fattori.

Anche se sono conosciuti dal 65% delle imprese, sono molto meno diffusi (19%) gli strumenti di monitoraggio intelligente. Sono una rarità (2%) anche se ampiamente noti (69%) i sistemi di sicurezza dotati di intelligenza artificiale impiegati all’interno delle organizzazioni imprenditoriali tricolori.

Ciò premesso, oltre agli investimenti, a crescere è anche la cautela delle aziende intervistate nel panel nei confronti del tema della sicurezza informatica. Per esempio, il 48% delle aziende (il 52% tra le grandi) cambia le password ogni mese, mentre la restante porzione del campione lo fa ogni tre o sei mesi. Il 40% delle aziende organizza corsi di aggiornamento sulla cybersecurity rivolti ai propri dipendenti almeno una volta ogni sei mesi.

Infine, il 69% delle aziende usa per lo più figure esterne, mentre il 31% utilizza figure interne. In caso di attacco o minaccia al sistema di sicurezza, piuttosto aleatorie sono le responsabilità: per il 18% del campione sarebbero infatti esterne, mentre solo per il 3% sarebbero totalmente interne. Per il 79% degli intervistati bisognerebbe valutare i singoli casi.

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